«Se gli uomini sono fratelli, perché figli dell’unico Padre, sono, per ragioni di nascita, per virtù di natura, dotati tutti degli stessi diritti. In altri sistemi esistono figli e figliastri: creature d’una casta e creature senza casta. Nel cristianesimo invece son tutti figli, e quindi portano tutti la dignità dell’unica origine. E perciò il vincolo che unisce i figli al Padre e i fratelli tra loro è il vincolo di famiglia: vincolo di sangue, che è il sangue di Cristo, il cui calore è l’amore. Non la paura trae i figli al Padre ma è l’amore, come effusione della eguaglianza e come ricostituzione di essa. Nasce da ciò una socialità di creature libere, che si muovono tra il divino e l’umano, e amano nel Padre i fratelli e nei fratelli il Padre: una vita che è produzione di amore, una convitalità che è circolazione d’affetti.
«I fratelli ci sono per sollecitare e consentire questo esercizio dell’amore, che è poi l’azione intima della divinità nell’uomo, essendo Dio amore. In esso l’uomo prova la propria discendenza da Dio. Vedendo il fratello, anche il più umile e il più disgraziato, il facchino e il profugo, il carceriere e l’invalido e persino il re e il magnate dell’industria, riconosce in lui Dio per discendenza, vede in lui Dio per immagine. Poiché ai suoi occhi limitati non è consentito di mirare il sole, di riguardare con pupille deboli quel sole infinito che è Dio, questi concede la vista delle sue immagini, e cioè dei fratelli. (…).I fratelli sono pertanto la rappresentanza autorizzata del Padre. I rapporti sociali prendono così uno svolgimento regolare: vanno dall’Io a Dio passando per i fratelli. Dio, Io, il Fratello: tre punti che determinano il cerchio dell’eterno amore. Per essi passa la vita, dalla fonte alla foce. Come io amo Dio, così amo i fratelli; come amo i fratelli, così amo Dio. Offendendo il fratello, offendo Dio; amo Dio, servendo il fratello.
«E siccome di continuo ho a che fare con creature umane, per il loro tramite, di continuo, ho a che fare con Dio. Sono sempre in religione: sempre in chiesa, anche sul marciapiede, anche in fabbrica, anche in parlamento. E per la stessa circolarità ritorna su me la sanzione del Giudice eterno, che, al giudizio, là dove si sospende l’economia dell’amore per far luogo a quella della giustizia, restituisce a me, in volume infinito, il bene o il male da me fatto a un suo figlio. Come misuro sarò misurato; come giudico sarò giudicato… «Fatevi bene, fratelli!», andava gridando per i vicoli di Granata quell’innamorato dei rifiuti sociali che fu Giovanni di Dio. E voleva dire: Facendo il bene ai fratelli, voi fate bene a voi stessi: ché Dio ve lo restituisce coi frutti della ricchezza infinita.
«Uno fa del bene a sé, facendo bene agli altri: si serve, servendo; s’arricchisce, arricchendo. Chi più dà, più riceve. Chi gitta la sua vita, la ritroverà. L’eroismo è il metro dell’ordinaria amministrazione dell’amore. Se c’è un padre, se ci sono figli, insomma se c’è una famiglia, non può mancare una madre. E Cristo ci ha dato la Sua. La madre di Cristo uomo-Dio è madre anche del Cristo mistico: fontana della gioia, generatrice della pietà, ella mette a circolare, nel flusso dell’amore, la poesia: ella attenua nelle relazioni l’asprezza maschile, sì che, se Cristo è il Logos, la Ragione incarnata, ella incarna il sentimento e sta tra noi, come in un immenso Cenacolo, quale madre dell’Amore: cuore immacolato della casa (…)
«Tutta l’attività giornaliera, anche la più umile, anche la più dotta, diviene, nel ciclo della convivenza e della solidarietà – nel flusso della comunione, che dall’uomo sale a Dio e da Dio torna all’uomo, allacciandoli in un unico nesso di carità –, tutta l’esistenza, fatiche e gioie, lutti e lotte, diviene una multiforme, variata liturgia, dove, per un modo o per l’altro, si dà gloria a Dio. Che mangiamo o che beviamo, che stiamo in casa o per istrada, sempre in casa di Dio si sta, e si esercita sempre l’ascesi, cioè, l’azione, che a lui riconduce (…).
«La circolazione d’amore, che allaccia la terra al cielo, e fa comunicare l’umano col divino, diviene perfetta nell’organismo divino-umano che è la Chiesa, la quale perciò già ebbe il nome di Agape, che vuol dire carità (…) Che si chiede da noi, in sostanza? – Di vivere una vita deiforme, vivendo con la Chiesa, vivendo la Chiesa: Corpo mistico che agisce nel settore sociale, quasi Cristo incarnato nelle nostre volontà e operante nella nostra attività, in quanto la volontà nostra si presta alla sua legge e l’attività nostra si piega alla sua grazia. Allora il corpo sociale è lo stesso Corpo mistico che milita e soffre: percorre il suo cammino della croce; realizza la fase della redenzione (…).
«Ora Satana tenta, in ogni modo, di arenare il flusso della comunione e di recidere le arterie della comunità. E tra i modi impiegati, uno dei più frequenti è stato quello di separare la paternità dalla fraternità, o, in altri termini, i figli del Padre, per renderli tra loro estranei prima e avversi poi, restringendoli in capsule di egoismo, perché l’amore non circolasse più e si riversasse per ciascuno nel foro senza fondo di sé medesimo, generando un vortice d’autoidolatria. Quando all’amore di Dio si sostituisce l’amore di sé, s’estingue la socialità della famiglia e subentra la convivenza della giungla. Ciascuno diventa dio a sé medesimo e produce un nuovo politeismo, in cui, come nell’antico, ogni idolo appetisce sangue di vittime umane, avido d’immolarsi l’universo. L’universo diventa un poliverso, e la sua legge è lotta».
Igino Giordani